Qualcuno ci parla, dice una frase, e noi capiamo. Non ci facciamo caso perché il linguaggio, quando funziona, tende a scomparire. Ci accorgiamo di lui quando qualcosa si inceppa, quando una parola non è chiara, quando una frase resta ambigua, quando qualcuno dice una cosa e noi ne intendiamo un’altra. Ma proprio nel funzionamento normale del linguaggio c’è un problema enorme: quando capiamo una frase? In quale istante, esattamente, avviene la comprensione? Il senso arriva quando il suono è già passato. La frase esiste davvero per noi quando non è più soltanto una successione di suoni, ma un intero riconosciuto. Qualcosa di simile vale per la coscienza. Non è una semplice serie di stati mentali, ma il modo in cui ciò che accade viene raccolto e tenuto insieme. Se Bhartṛhari ha ragione, il linguaggio non viene dopo questa unità, ma partecipa alla sua formazione. Il tutto viene prima delle parti: la frase prima delle parole, il volto prima dei tratti, la melodia prima delle note.
Marco Ferrante è ricercatore presso l’Istituto per la Storia Culturale e Intellettuale dell’Asia dell’Accademia Austriaca delle Scienze a Vienna. Si occupa di filosofia del linguaggio, epistemologia e metafisica nel pensiero premoderno dell’Asia meridionale, con particolare attenzione a Bhartṛhari, Nyāya, Mīmāṃsā, Advaita Vedānta e Pratyabhijñā. Ha lavorato presso l’Accademia Austriaca delle Scienze, dove ha diretto il progetto FWF “Universals in Indian Philosophy of Language”, ed è stato Visiting Professor presso l’Università di Vienna e Berggruen Fellow in Comparative Philosophy presso la Faculty of Philosophy e il Wolfson College dell’Università di Oxford. Ha inoltre coordinato la Vienna Summer Academy on the Intellectual and Cultural History of Asia. È autore di Indian Perspectives on Consciousness, Language and Self (Routledge, 2021) e Parole, significati e oggetti (Unicopli, 2026).
